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La città dei 15 minuti

Un modello, che arriva da Parigi, di città sostenibile proposto dall’urbanista franco-colombiano della Sorbona Carlos Moreno e che prevede di riorganizzare gli spazi urbani in modo che il cittadino possa trovare entro 15 minuti a piedi o in bicicletta da casa tutto quello di cui ha bisogno: lavoro (anche in co-working), negozi, strutture sanitarie, scuole, impianti sportivi, spazi culturali, bar e ristoranti, luoghi di aggregazione, ecc…

La “Città dei 15 minuti” è una maniera virtuosa di pianificare le città, volta a ridurre l’uso delle automobili e dei mezzi pubblici e quindi anche il traffico e l’inquinamento, valorizzando ogni quartiere ed accorciando il gap tra la maggiore efficienza del centro e i disservizi delle periferie.

Già il D.M. 1444 del 1968 stabiliva, oltre cinquant’anni fa, che la costruzione di alloggi deve essere accompagnata dalla realizzazione di un certo numero di servizi: verde, sport, uffici ecc. Di fatto la maggior parte dei quartieri realizzati da allora ha tentato una piena integrazione fra questi aspetti anche se, gran parte di quegli spazi sono, ad oggi, spesso inutilizzati se non addirittura abbandonati.
Di recente, e soprattutto dopo la pandemia, sono tanti i luoghi urbani in giro per l’Italia e per il mondo ad essersi confrontati con l’idea della “città dei 15 minuti”.

Tra i benefici, vi sarebbero quelli di una migliore qualità della vita grazie al tempo che si risparmia negli spostamenti e alla maggiore funzionalità dello spazio urbano in cui si vive, che riduce lo stress e incoraggia il movimento. Un altro punto a favore della città dei 15 minuti è quello di promuovere un maggior senso di prossimità e comunità, entrambi riscoperti forzatamente in tempi di pandemia, ma che appaiono sempre di più un patrimonio del quale volersi appropriare in pianta stabile, sfruttando al massimo anche le opportunità offerte in tal senso dalla tecnologia. La parola d’ordine è quindi «riappropriazione» da parte degli abitanti delle aree dismesse, delle piazze e delle strade, normalmente tappezzate di macchine.

«Una città in cui alla prossimità funzionale ne corrisponda una relazionale, grazie a cui le persone abbiano più opportunità di incontrarsi, sostenersi a vicenda, avere cura reciproca e dell’ambiente, collaborare per raggiungere assieme degli obiettivi», spiega Carlos Moreno.

Per capire che cosa intende l’urbanista, bisogna ricordare che le città che abbiamo ereditato dal Novecento devono la loro struttura all’idea di efficienza attraverso la specializzazione: quartieri dove abitare, quartieri per gli uffici, quartieri per il divertimento. Quel modello, nato dall’esigenza ottocentesca di separare le fabbriche insalubri dalle abitazioni, ha portato a uno stile di vita in cui si passano ore in auto, mentre la dispersione nello spazio delle nostre attività ha accentuato l’individualismo e ridotto la comunità. Quello sforzo di efficienza ha prodotto un costo ambientale e sociale sempre meno sostenibile. «Per essere messa in pratica, la città dei 15 minuti richiede un profondo cambiamento culturale e una forte volontà politica — conclude Moreno —: occorre rompere con una visione di città suddivisa in sezioni specializzate e operare per una radicale riorganizzazione delle infrastrutture esistenti e delle forme di governance». Per arrivarci, però, bisogna cambiare le abitudini dei cittadini. Non sarà facile.

Il processo, quindi, deve partire dal basso: dai cittadini. Concludiamo con un quesito: la città del quarto d’ora applicata a Latina può funzionare? Sarebbe molto interessante aprire un dibattito.

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